Pubblicato il
REGARD CROISES

Mont Blanc On The Rocks

Il ghiacciaio fantasma ai piedi del Monte Bianco
a cura di Elisabetta Dall'O - Serie IF MONT BLANC
fotoluca-benedet.jpg

Con l’irrompere sulla scena globale della pandemia da Covid-19, le questioni sanitarie ed ecologiche connesse ai cambiamenti climatici, ai rischi ambientali, e ai disastri che ne derivano e, più in generale, alle forme di relazione che l’uomo intrattiene con l’ambiente e con gli ecosistemi, si pongono di diritto al centro dei dibattiti scientifici contemporanei, e sollevano problemi sempre più pressanti per il futuro del Pianeta e dei suoi abitanti. Come recentemente osservato da David Quammen, autore di Spillover1, in un intervento2 al Salone del Libro di Torino: «abbiamo tre grandi problemi da affrontare immediatamente: il pericolo di nuove malattie pandemiche, i cambiamenti climatici, e la perdita di biodiversità. Questi tre problemi sono come tre fiumi che scorrono paralleli tra loro, ma tutti si originano dallo stesso ghiacciaio sulla stessa montagna, e tutti hanno la stessa destinazione ultima: la distruzione degli ultimi ecosistemi vergini da parte dell’uomo». In un presente segnato da profondi sconvolgimenti, la metafora del ghiacciaio di Quammen ci appare allora come un’immagine necessaria, potente, illuminante, capace di mettere assieme locale e globale, umanità e natura, cause ed effetti, esiti e processi di un disastro che è in corso, un’immagine cioè capace di restituirci il quadro di interconnessioni che determina il presente e il futuro del nostro stare al (e nel) mondo.

Il caso Planpincieux

Il caso del “sempre imminente” crollo del ghiacciaio di Planpincieux, sospeso come una spada di Damocle su una delle più esclusive mete delle Alpi, la val Ferret, già in sofferenza per le conseguenze della pandemia sul turismo, è tornato in queste settimane di grande attualità insieme con la questione dei cambiamenti climatici e del surriscaldamento globale.

Già lo scorso autunno, al termine di una estate che aveva battuto tutti i record climatici, aveva fatto notizia per il timore di un crollo imminente del suo fronte più avanzato. Ghiacciaio-simbolo, “sentinella” dei cambiamenti climatici, ed esempio di un oggetto di ricerca complesso e sfaccettato — e che richiederebbe un approccio multidisciplinare —, è stato preso a modello anche dalla NASA in un’analisi comparativa che mostra gli “effetti locali” dei mutamenti climatici globali. Nelle immagini proposte dall’Agenzia Spaziale americana appare con evidente drammaticità la poderosa perdita di superficie glaciale avvenuta negli ultimi 30 anni nell’area del Monte Bianco e delle Grandes Jorasses in cui si origina il ghiacciaio. Dopo mesi di “oblio selettivo” da parte dei media, della politica e dell’opinione pubblica in generale, ci siamo accorti che anche l’estate 2020, come tutte le ultime da qualche anno a questa parte, è destinata a infrangere nuovi record di aumento delle temperature e di scioglimento glaciale. E se nelle città le ondate di calore, con tutte le conseguenze. in termini di salute e sostenibilità, sono destinate a diventare una costante a cui far fronte3, e a cui possibilmente sottrarsi, le aree di montagna —che spesso ne costituiscono l’alternativa-rifugio— non sfuggono agli esiti disastrosi delle anomalie termiche. L’ultimo Catasto dei ghiacciai italiani4, pubblicato nel 2015, documenta come nel giro di cinquant’anni la superficie dei ghiacciai italiani sia diminuita di quasi un terzo.

E ancora, secondo il Rapporto SROCC5 (Rapporto speciale sull’oceano e la criosfera in un clima che cambia) i ghiacciai in Europa potrebbero perdere fino all’80% della loro massa entro il 2100, influenzando negativamente le attività ricreative, turistiche e culturali. L’arretramento dei ghiacciai in alta montagna contribuirà ad diminuire le risorse idriche e la qualità dell’acqua a valle, con ripercussioni economiche anche su larga scala. Lo scorso dicembre, sulla rivista Nature6 è stata pubblicata una lettera-appello sullo stato dei ghiacciai, firmata da 38 scienziati di tutto il mondo fra cui, unico Italiano, Carlo Baroni, geologo dell’Università di Pisa. Baroni spiega in un’intervista che «il tasso attuale di fusione dei ghiacciai provocato dal cambiamento climatico in atto è senza precedenti, moltissime catene montuose perderanno la maggior parte dei loro ghiacciai entro questo secolo, la fusione attuale è già responsabile dell’innalzamento del livello del mare di quasi 3 centimetri»7. In questo contesto le trasformazioni del paesaggio glaciale sono intense e rapide: arretramenti annuali delle fronti nell'ordine delle decine di metri; bilanci di massa largamente negativi ovunque; tendenza all'estinzione dei piccoli ghiacciai; formazione di laghi di contatto glaciale, con rischio di pericolosi svuotamenti improvvisi. Le conseguenze di queste ondate di calore prolungate sono state significative, da un punto di vista scientifico e sociale, per tutto l’arco alpino: mentre i ghiacciai stanno sparendo, anche il mondo sociale, culturale ed economico che vi gira attorno sta subendo un pesante contraccolpo ed è chiamato ad adattarvisi. Ma se da un punto di vista “fisico” lo scenario attuale non lascia spazio ai dubbi, da un punto di vista sociale e culturale le conseguenze di questi mutamenti risultano molto più difficilmente osservabili.

Le risposte che verranno messe in atto da parte delle persone coinvolte in questi scenari di crisi sono però centrali, e costituiscono la chiave per ogni previsione sulla gestione delle emergenze e più in generale sul futuro dell’economia e della società negli anni a venire. Come e a quali livelli questi cambiamenti impattano sulle comunità e sulle società coinvolte? Come e in che misura vengono percepiti i rischi e i pericoli? Cosa significa “adattarsi al cambiamento” in questi scenari? Di quali risorse disponiamo per farlo? E ancora, di quali strumenti e competenze disponiamo per intervenire efficacemente nelle emergenze?

Queste naturalmente sono solo alcune della tante domande a cui si potrebbe tentare di dar risposta attraverso strumenti di indagine e di ricerca di tipo etnografico. L’esempio del ghiacciaio di Planpincieux in quanto “disastro incompiuto”, in potenza —non ancora accaduto ma lì lì per succedere— è emblematico sotto molti punti di vista; ci permette intanto di cogliere “nel tempo”, attraverso le sue oscillazioni e i “falsi allarmi”, la complessità dei paradigmi emergenziali e di gestione della crisi che si attivano sul territorio, dal monitoraggio scientifico alle ordinanze comunali, e ci permette al contempo di cogliere le percezioni del rischio e del pericolo da parte di tutte le comunità coinvolte sul campo: turisti, residenti, alpinisti, guide alpine, esercenti, proprietari di seconde case.

Disastri incompiuti e cambiamenti climatici: le prospettive di analisi e di ricerca

img-6321.jpg

Un “disastro”, si sa, fa notizia nel momento in cui accade, nel momento cioè in cui manifesta il suo potenziale distruttivo, così come nel momento immediatamente successivo all’impatto, quando le conseguenze, i danni, si fanno evidenti. Un “disastro potenziale”, “incompiuto”, invece, si nega all’evidenza immediata, e necessita di categorie differenti per essere compreso. Per loro natura i cambiamenti climatici, che potremmo definire come disastri di lungo corso che si articolano su tempi lunghi, si sottraggono a questa immediatezza. Nel caso di Planpincieux, e dell’area del Monte Bianco in generale, a causa delle anomalie termiche registrate in quota, la presenza di acqua tra la massa glaciale e la roccia sottostante fa sì che possano svilupparsi movimenti di scivolamento verso valle; ad oggi 500 mila metri cubi di ghiaccio potrebbero, di fatto, crollare su alcune aree abitate della val Ferret. Rispetto allo stesso fenomeno per cui lo scorso autunno era scattata l’allerta, lo scenario si è aggravato; con il raddoppio del volume dei metri cubi di ghiaccio in bilico, anche le aree interessate dalla zonizzazione di rischio sono raddoppiate.
Ghiacciaio “sentinella” dei cambiamenti climatici, è stato preso a modello anche dalla NASA in un’analisi comparativa che mostra gli “effetti locali” dei mutamenti climatici globali. Nelle immagini proposte dall’Agenzia Spaziale americana appare con evidente drammaticità la poderosa perdita di superficie glaciale avvenuta negli ultimi 30 anni nell’area del Monte Bianco e delle Grandes Jorasses in cui si origina il ghiacciaio. Ciò che non appare, invece, è l’umanità, il tessuto sociale che abita, lavora e vive in questi scenari e in questi territori e per cui questi mutamenti hanno un significato, un senso. I modelli matematici, i bilanci di massa, le misurazioni, tutti strumenti indispensabili per descrivere e comprendere l’entità fisica del fenomeno — strumenti che sono, come tutta la scienza, prodotti dall’umanità e al servizio dell’umanità —, non possono, da soli, per loro natura, restituirci in modo esauriente o definitivo un quadro che è anche e soprattutto fatto di questa umanità. Basti pensare alla catena decisionale messa in atto nelle emergenze, all’influenza data dalla percezione che i singoli individui hanno di un dato fenomeno, alle politiche locali, agli interessi economici, o, ancora, agli orientamenti scientifici della comunità che fa ricerca. Le società che sono in relazione con questi luoghi e con questi ghiacciai, e che dovranno far fronte ai cambiamenti e alle conseguenze date della loro perdita, non sono spettatori passivi o neutrali di questi scenari, non sono “una costante prevedibile” all’interno di un algoritmo, al contrario, ne sono parte integrante e attiva; agiscono, e dall’interno influenzano e modificano molte delle risposte al cambiamento e le attese e le previsioni future.

Come ci ricorda l’antropologa Elena Bougleux, il cambiamento climatico è una questione che riguarda al tempo stesso aspetti “estremamente scientifici” e aspetti “completamente sociali”: «non esiste evidenza significativa, aspetto problematico né discorso sul clima senza una società che lo vive, lo commenta, lo misura, lo confronta con il proprio passato, tanto recente quanto lontano»8. Cosa significa questo? Significa che per dar conto di un fenomeno complesso come quello dei cambiamenti climatici e degli eventi estremi che se ne originano non è sufficiente considerare le cose da una sola prospettiva. Come tutti gli eventi antropologici, che riguardano e coinvolgono cioè la nostra condizione di esseri umani su questo Pianeta, con le nostre culture, le nostre pratiche, i nostri sistemi di conoscenza, le nostre credenze, gli impatti dei cambiamenti climatici necessitano, per essere compresi, affrontati e gestiti, di orizzonti e di cornici di riferimento e di senso di ampio respiro. Sul fronte delle scienze sociali, ad oggi, stiamo assistendo a un nascente interesse di studio volto a riconnettere i “cambiamenti climatici” e i rischi e i “disastri” che ne derivano, con la capacità di risposta e di adattamento delle comunità coinvolte (resilienza). Perché questo avvenga è necessario che i differenti sguardi conoscitivi su questo tema (scientifici e sociali) dialoghino tra loro e si integrino: a questo proposito è stato chiaro l’intervento di Irasema Alcántara- Ayala membro del Mountain Research Initiative Science Leadership Council (SLC) e keynote dell’International Mountain Conference che si è tenuta a Innsbruck lo scorso settembre. « Nell’ambito della ricerca finalizzata alla riduzione dei rischi [causati e/o amplificati dai cambiamenti climatici], le sfide scientifiche devono portare a un cambio radicale di prospettiva: da quella mono-disciplinare occorre passare a un approccio che sia multidisciplinare, interdisciplinare e trans-disciplinare ». È necessario che, come scienziati, poniamo nuove domande ai saperi, agli scenari e ai metodi che utilizziamo per “spiegare il mondo”, avventurandoci oltre gli steccati delle nostre discipline. In linea con queste nuove prospettive, l’apporto dell’antropologia nella comprensione e nella mitigazione di questi fenomeni si sta configurando come decisivo.

Occuparsi di cambiamenti climatici in area alpina implica necessariamente includere nel discorso temi come l’alpinismo, le professioni della montagna, i nuovi e i vecchi montanari, significa parlare di turismo, di economia, di ecologia, di politica, di governance, di gestione del territorio, e di governo delle emergenze.